Teniamo alta la grande bandiera rossa di Lenin
In celebrazione del 150° Anniversario della nascita del grande Maestro del proletariato internazionale

 

 

Documento dell'Ufficio politico del PMLI

 

 
“Ricordate, amate, studiate Ilic, nostro educatore, nostro capo. Lottate e vincete i nemici interni ed esterni, come insegnava Ilic. Edificate una vita nuova, nuove condizioni di esistenza, una cultura nuova, come insegnava Ilic. Non trascurate le piccolezze nel lavoro, perché dalle piccole cose nascono le grandi: questo è uno dei comandamenti essenziali di Lenin” .(1)
Il 22 aprile di quest'anno ricorre il centocinquantenario della nascita del grande Maestro del proletariato internazionale Lenin, ed i marxisti-leninisti, il proletariato ed i rivoluzionari di tutto il mondo, con il più profondo rispetto e con grande gratitudine, ricordano con gioia questa giornata d'importanza storica.
Sono passati 150 anni da quella data e 96 dalla sua scomparsa; sono tanti, ma i popoli del mondo non possono e non devono dimenticarsi di Lenin, soprattutto il popolo dell’ex Unione Sovietica che Lenin lasciò, il 21 Gennaio del 1924, come popolo modello, libero dallo sfruttamento e dall’oppressione capitalista dopo secoli d'oppressione zarista, e che oggi sono esattamente al punto di partenza, per colpa dei revisionisti russi capeggiati da Krusciov e dai suoi successori e del capitalismo. Non lo dimentichiamo certo noi marxisti-leninisti italiani perché gli saremo grati eternamente e perché abbiamo ancora tantissimo da imparare dalla sua vita e dalla sua opera, come da quelle di Marx, Engels, Stalin e Mao, per condurre bene e fino in fondo la lotta di classe contro il capitalismo per il socialismo.
Lenin fu la grande guida dei comunisti e del popolo sovietico e del movimento comunista internazionale, colui che fece luce sull'opera di Marx e di Engels e sui loro immortali insegnamenti contro il capitalismo e per la conquista del socialismo e del potere politico del proletariato.
Quando Lenin iniziò la sua attività rivoluzionaria, ossia tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, il mondo entrò nell'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria. Fu soprattutto nella sua lotta contro l'imperialismo e l'opportunismo di ogni genere, in particolare contro il revisionismo della II Internazionale, che Lenin ereditò, difese e sviluppò il marxismo, il suo grande contributo fu definito “leninismo”. Egli analizzò le contraddizioni dell'imperialismo, rivelò le leggi che lo governano, risolse una serie di importanti questioni concernenti la rivoluzione proletaria nell'epoca dell'imperialismo fino ad affermare e poi provare che il socialismo “vincerà dapprima in uno o alcuni Paesi” (2), tesi fondamentale valevole ancora oggi per le rivoluzioni socialiste che si verificheranno in futuro.
Gli insegnamenti di Lenin alla causa del proletariato e del socialismo sono enormi, sia sul piano teorico che sul piano pratico; dopo la sua morte, Stalin li ereditò, li difese e li sviluppò nella lotta contro gli opportunisti di destra e di “sinistra” all'interno del Partito, guidando il popolo sovietico nell'edificazione socialista ed erigendo a baluardo il Paese di Lenin contro l'aggressore nazifascista.
Lo sviluppo della storia di classe, nel suo insieme, nel mondo ha provato la giustezza della teoria rivoluzionaria di Lenin ed ha dimostrato che se applicata in base alle situazioni concrete di ciascun Paese, essa rappresenta un'arma invincibile nelle mani del proletariato e del suo partito rivoluzionario.
Il leninismo ha consentito ai comunisti e al popolo cinese di trovare la strada della liberazione dalle catene feudali; Mao, sottolineando che il popolo cinese e il suo Partito consideravano la rivoluzione cinese una continuazione di quella russa, sostenne infatti: “Le salve della Rivoluzione di Ottobre ci portarono il marxismo-leninismo… i cinesi trovarono il marxismo-leninismo, questa verità universalmente applicabile, e la fisionomia della Cina cominciò a cambiare”. (3)
Ma la storia ha le sue vicissitudini. E così, come dopo la morte di Engels apparve il revisionismo di Bernstein e di Kautsky, dopo quella di Stalin apparve il revisionismo di Krusciov e poi di Breznev, dopo quella di Mao apparve il revisionismo di Deng Xiaoping che operarono proprio come Lenin aveva ipotizzato: “Si è sempre visto, nel corso della storia, che dopo la morte di capi rivoluzionari popolari tra le classi oppresse, i nemici di questi capi tentavano di sfruttare i loro nomi per ingannare le classi oppresse”. (4)
Tutto ciò però non scalfisce la grande ed immortale opera di Lenin, come quella dei suoi predecessori Marx ed Engels, di Stalin e di Mao, che rappresentano il patrimonio comune del proletariato mondiale, una miniera inesauribile di insegnamenti per rompere le catene del capitalismo e dell'imperialismo.
La borghesia erige a modello grandi capitalisti, manager, spietati industriali, squali della finanza, certi governanti, filosofi idealisti, innovatori nei campi della tecnologia o della scienza, ed anche boriosi e vuoti personaggi dello sport e dello spettacolo, a volte personalità che hanno combattuto battaglie importanti, ma sempre ed esclusivamente a difesa del capitalismo e sul terreno democratico borghese. Nessuno di essi però è paragonabile ai nostri modelli che sono Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao che hanno elaborato, e operato di conseguenza, la via dell'emancipazione del proletariato e dell'intera umanità.
 
 
BREVE BIOGRAFIA DI LENIN
 
Lenin nacque il 22 aprile 1870 nella città di Simbirsk, oggi Ulianovsk, posta sulla rive del Volga. Suo padre, Jlija Nikolajevic Ulianov, intellettuale progressista e formalmente osservante della fede ortodossa, era stato per molti anni professore di fisica e di matematica a Nijni Novogorod (oggi Gorki) e a Pensa, ed in seguito si era trasferito a Simbirsk per divenire ispettore delle scuole pubbliche. La madre, Maria Aleksandrovna, era figlia di un medico, e donò a Lenin due fratelli e tre sorelle: Alexandr, Dmitrij, Anna, Maria e Olga, che ebbero assieme a Lenin una educazione che contrastava con i principi su cui si fondava il dispotico regime dell'assolutismo zarista.
In casa Ulianov si leggevano libri di Gogol, Lermontov, Puskin, Turgheniev, ma anche Darwin, Shakespeare, Griboiedov. Jlija Nikolajevic e Maria Alexandrovna seppero sviluppare in tutti i loro figli la curiosità e la voglia di sapere unite all'avversione profonda verso la schiavitù e il dispotismo, perni oppressivi del regime zarista, cui contrapporre una società che avesse i suoi cardini ideali nella giustizia e nella libertà. Tutti i fratelli Ulianov, tranne Olga che morì giovanissima a soli diciannove anni, si batterono attivamente contro lo zarismo. Di questi, Alexandr il fratello di quattro anni più grande di Lenin, non ancora maggiorenne fu implicato nell'attentato del 1º marzo 1887 contro lo zar Alessandro III e fu impiccato. Lenin avvertì il tragico sacrificio come una terribile lezione politica e affermò che era necessario trovare un'altra strada per abbattere lo zarismo e l'ingiustizia sociale.
Nonostante l'impostazione religiosa del padre, fin dall'adolescenza Lenin cominciò a riflettere sulla realtà che lo circondava. Avendo un carattere sincero, che non ammetteva menzogne e ipocrisie, e non potendo ignorare le numerose contraddizioni di fondo in essere fra la fede ed i fatti, a sedici anni si staccò definitivamente dalla religione, sulla quale poi condivise le posizioni di Marx e di Engels, contribuendo in maniera sostanziale a sviluppare correttamente i rapporti fra la religione ed il partito socialdemocratico operaio russo e con l'organizzazione socialista dello Stato.
La vita politica di Lenin ha inizio presto, quando 17enne, già immerso nello studio de “Il Capitale” e di altre opere di Marx ed Engels aderisce ai circoli studenteschi rivoluzionari e ne partecipa alle lotte. Ciò gli costa l’espulsione dall’università e l’arresto. A questo ne seguiranno altri, nel 1895, poi nel 1897 quando è deportato in Siberia, e successivamente nel 1900. Complessivamente sconta oltre 14 mesi di prigionia, 3 anni di deportazione ed è costretto a vivere per oltre 10 anni fuori dalla Russia a causa delle continue persecuzioni ad opera del regime zarista rimanendo nell’illegalità per ben 24 anni, dal 1893 sino al 3 (6) aprile del 1917 quando rientrò illegalmente in Russia per dirigere in prima persona la Rivoluzione d'Ottobre.
Le persecuzioni e le grandi privazioni a cui è costretto non lo fermano, dovunque si trovi, in Russia come all’estero, è sempre tra i lavoratori e gli studenti a fare inchieste, raccogliere informazioni, discutere con loro, a dirigere i marxisti, a tenere lezioni, ad organizzare gli emigrati russi ed a scrivere una quantità enorme di articoli, opuscoli ed interventi. È infatti in uno dei tanti periodi di prigionia che Lenin scrive il progetto di programma del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, poi fondato nel 1898, che fa seguito all’“Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia” costituita nel 1895 per unire gli operai d’avanguardia ai circoli di propaganda sparsi in tutta la Russia, riuscendo a superare le numerose divisioni ideologiche, politiche e organizzative fin da allora presenti nel proletariato russo e poi, a seguito di lunghe battaglie, anche all'interno del Partito stesso.
Ma la battaglia di Lenin si combatte anche nel campo internazionale, un ambito che lo vedrà coinvolto in prima persona soprattutto dallo scoppio della prima guerra mondiale in poi fino alla fine dei suoi giorni, regalando al proletariato internazionale la prima vera lettura di classe della guerra imperialista, e la creazione della III Internazionale dei Partiti Comunisti.
Dopo la rivoluzione di febbraio del 1917, quando si fa spazio la tendenza ad appoggiare il governo provvisorio democratico borghese e la resistenza al lancio dell’insurrezione, con le celebri “Tesi di Aprile” Lenin chiarisce in maniera inequivocabile che la questione della guerra o della pace è risolvibile soltanto attraverso la conquista del potere politico da parte del proletariato, delineando le modalità del passaggio dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione socialista. È così che il 25 Ottobre (7 Novembre secondo il nuovo calendario) dello stesso anno la rivoluzione proletaria guidata da Lenin si compie e, per la prima volta nella storia, si creano le premesse per la creazione di un paese libero dal giogo capitalista e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Nel 1918, non potendo accettare che un nuovo modello economico e sociale si consolidasse sulle ceneri dello zarismo, gli aggressori imperialisti e le guardie bianche scatenano la loro rabbia anticomunista, stringendo d'assedio la neonata Repubblica sovietica. Furono due anni durissimi, di stenti e di fame, di lutti, rappresaglie e lavoro duro per il popolo sovietico, affrontati però grazie alla guida di Lenin, del suo Partito, e del suo esercito popolare avendo piena comprensione che l'effettiva posta in gioco era il proseguimento dell'edificazione socialista iniziato con la Rivoluzione d'Ottobre, il suo più grande capolavoro strategico, politico e militare.
Il 1920 iniziò con la liberazione da parte dell'Armata Rossa di tutto il territorio settentrionale della Repubblica sovietica e, nel febbraio, iniziò, con pieno successo, la riconquista delle zone centrali dell'Asia sovietica. Seguirono la sconfitta di Kolciak, Denikin e Judenic, della Polonia e di Vrangel, poi con la distruzione e la dissoluzione degli ultimi focolai antisovietici in Transcaucasia, avvenuta nelle prime settimane del 1921, ebbe termine con la completa vittoria dello Stato sovietico e del suo esercito, la guerra civile fomentata e sostenuta militarmente da una coalizione di 14 Paesi imperialisti, tra cui Italia, Usa, Inghilterra, Francia e Polonia.
Lenin fu l'artefice principale di tutti i successi delle riunioni, delle conferenze e dei Congressi del Partito, nonché della costruzione del socialismo in Russia, della lotta contro l'imperialismo e per la libertà dei popoli, della lotta contro il revisionismo e l'opportunismo. Quando morì prematuramente, a causa di un male aggravato dai postumi dell’attentato subito 6 anni prima per mano socialista-rivoluzionaria e dai tanti anni vissuti in difficilissime condizioni, come già detto fu Stalin che ne ereditò la linea, difendendola dagli attacchi della banda di Trotzki e Bucharin, applicandola e sviluppandola nel corso dell’edificazione del socialismo, della lotta contro i revisionisti dentro e fuori dell’Urss, della guerra patriottica contro l’aggressore hitleriano, della lotta contro l’imperialismo mondiale.
 
 
I PRINCIPALI INSEGNAMENTI DI LENIN
 
1) IL Partito
Lenin è stato il primo nella storia del marxismo che ha elaborato la dottrina del partito del proletariato, abbozzata da Marx ed Engels, e poi sviluppata da Stalin e Mao. Nelle sue opere fondamentali “Che fare?”, “Un passo avanti, due indietro”, “Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica”, “L’imperialismo fase suprema del capitalismo” e “Stato e Rivoluzione”, Lenin fissa nel suo complesso il carattere e la linea rivoluzionaria del Partito del proletariato, ne stabilisce i compiti, le funzioni, il rapporto con il proletariato, il ruolo nella lotta di classe, nella rivoluzione e nella edificazione del socialismo. Tale partito ha rappresentato nei fatti un'arma essenziale nelle mani del proletariato russo ed internazionale. Lenin infatti sottolinea: “Soltanto il partito comunista, se esso è realmente l’avanguardia della classe rivoluzionaria, se comprende nel suo seno i migliori rappresentanti di questa classe, se è composto di comunisti pienamente coscienti e devoti, istruiti e temprati dall’esperienza di una lotta rivoluzionaria accanita, se ha saputo legarsi in maniera indissolubile a tutta la vita della sua classe e, attraverso di essa, a tutta la massa degli sfruttati, e ispirare a questa classe e a questa massa una fiducia completa, solo un tale partito è capace di dirigere il proletariato nella lotta inesorabilmente implacabile, decisiva, suprema, contro tutte le forze del capitalismo”. (5)
Non è stato facile per Lenin fare affermare questa sua concezione del partito comunista perché vi si opponevano fortemente gli “economisti”, i populisti, i menscevichi, i trotzkisti, i “marxisti legali”, i liquidazionisti. In particolare veniva contestato il centralismo democratico, da egli teorizzato, che prevede la massima libertà di discussione, massima unità nell'azione sulla base della linea decisa dalla maggioranza.
Della massima importanza fu la lotta contro Martov e i menscevichi che volevano cancellare dallo Statuto del Partito ogni differenza tra coloro che aderivano e coloro che entravano nel Partito, tra gli elementi coscienti e attivi e coloro che davano un aiuto in alcune circostanze particolari. "Secondo Martov - scrive Lenin - le frontiere del partito restano assolutamente indeterminate, poiché 'ogni scioperante' può 'dichiararsi membro del partito'. Quale utilità presenta questo amorfismo? La larga diffusione di un 'appellativo'. Il danno che essa reca è di dar corso all'idea disorganizzatrice della confusione della classe col partito”. (6) Riferendosi a Trotzki, sostenitore della concezione menscevica del Partito, Lenin aggiunse: "Egli ha dimenticato che il partito dev'essere solo il reparto d'avanguardia, il dirigente dell'immensa massa della classe operaia, che lavora tutta (o quasi tutta) 'sotto il controllo e la direzione' delle organizzazioni del partito, ma che non entra tutta, e non deve entrare tutta, nel 'partito'". (7)
I fatti hanno dimostrato ampiamente che il partito del proletariato concepito da Lenin è stato lo strumento organizzativo e politico fondamentale per il successo della Rivoluzione d'Ottobre, dell'edificazione del socialismo in Russia e nell'Unione sovietica nonché del successo della rivoluzione negli altri paesi, in primo luogo della Cina di Mao. Chi non ha accettato la concezione marxista-leninista del Partito, in Italia e nel mondo ha fatto miseramente fiasco.
 
2) La teoria del Partito
Lenin mise in chiaro che solo un partito fondato sulla teoria rivoluzionaria marxista (oggi marxista-leninista-pensiero di Mao) avrebbe potuto assolvere ai suoi compiti rivoluzionari. Nel “Che fare?” scrive: “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario”. Il che vuol dire, come ha scritto il Comitato centrale del PMLI nel Documento “Viva la Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre”, che “se il proletariato non lotta secondo la sua concezione del mondo e la sua cultura, cioè se non lotta come una classe per sé, conscia dei propri obiettivi e della necessità storica di abbattere il capitalismo e conquistare il potere politico, finisce con l'abbandonarsi all'imprevedibilità del movimento spontaneo, a non agire secondo una strategia rivoluzionaria e a non mettere nemmeno in discussione la visione del mondo e le idee della borghesia”.
Avvalendosi della elaborazione di Marx ed Engels, Lenin riprende e sviluppa il materialismo storico e il materialismo dialettico, quello che è tutt'ora il caposaldo nell'analisi dei fatti, della realtà oggettiva della società e delle classi, degli autentici partiti marxisti-leninisti.
Il materialismo dialettico considera la realtà, la natura, la materia, fonte di ogni conoscenza e produttrice dello spirito e del pensiero. Esso dà una risposta scientifica basata sui fatti, sui fenomeni naturali, sulla realtà obiettiva, sul passato della Terra e sulla creazione del mondo. Come rileva Lenin, il materialismo dialettico dimostra “che la Terra esisteva prima di qualsiasi altra forma sociale, prima del genere umano, prima della materia organica, che essa è esistita per un tempo determinato rispetto agli altri pianeti” (8), escludendo pertanto che al di fuori e al di sopra della natura, della materia e dell'universo ci sia una forza esterna, superiore e divina che abbia creato il mondo e l'essere umano.
Il materialismo dialettico respinge il dogmatismo, le certezze assolute e perentorie da accettare “per fede”, e la concezione metafisica del mondo, cioè le affermazioni che non hanno un fondamento nella realtà e che non sono dimostrabili nella pratica attraverso l'esperienza dell'essere umano. Riguardo al materialismo storico Lenin sottolinea che esso è la concezione scientifica della storia, militante e non contemplativa, il cui scopo fondamentale è quello di cambiare il mondo. Esattamente come ha detto Marx che, scrivendo a proposito delle “Tesi su Feuerbach”, sottolinea che “i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo .
Stalin sintetizza così l'elaborato di Lenin sul tema: “Il materialismo dialettico è la concezione del mondo del Partito marxista-leninista. Si chiama materialismo dialettico perché il suo modo di considerare i fenomeni della natura, il suo metodo per investigare e per conoscere i fenomeni della natura è dialettico, mentre la sua interpretazione, la sua concezione di questi fenomeni, la sua teoria, è materialistica. Il materialismo storico estende i principi del materialismo dialettico allo studio della vita sociale, li applica ai fenomeni della vita sociale, allo studio della società, allo studio della storia della società”. (9) Il materialismo dialettico e storico è la base filosofica del marxsmo-leninismo, che è la teoria rivoluzionaria del proletariato. Se Lenin non fosse riuscito a infondere nei membri del Partito e nel proletariato russo questa concezione del mondo, questa teoria rivoluzionaria, non sarebbe mai stata possibile la vittoria della Rivoluzione d'Ottobre e la trasformazione della Russia.
 
3) La lotta contro il revisionismo
“Il nostro partito ha resistito, saldo come una roccia, ha respinto gli innumerevoli colpi dei nemici e ha condotto avanti la classe operaia, verso la vittoria. In queste battaglie furibonde, il nostro partito ha forgiato l'unità e la compattezza delle proprie file. L'unità e la compattezza gli hanno dato la vittoria sui nemici di classe”. (10) Ma questa unità e compattezza del Partito è stata ottenuta attraverso una lotta teorica e politica contro tutte le correnti controrivoluzionarie o false rivoluzionarie.
Vediamole in dettaglio. La prima battaglia che Lenin affronta per ripulire il campo rivoluzionario dalla posizioni non marxiste o pseudomarxiste è quella contro il populismo russo, pre esistente al marxismo e suo avversario, la cui influenza era allora prevalente tra gli operai d'avanguardia e gli intellettuali rivoluzionari.
Il populismo era una dottrina dei liberali borghesi che riteneva che la principale forza rivoluzionaria fosse costituita dai contadini e non dalla classe operaia e che il dominio dello zar e dei proprietari fondiari sarebbe stato abbattuto dalle rivolte dei contadini. I populisti una volta sconfitti finirono con il predicare la conciliazione col governo zarista.
Successivamente Lenin smaschera i socialisti rivoluzionari, continuatori dei populisti in particolare per quanto riguarda il terrorismo. I loro esponenti, per lo più intellettuali borghesi, travestiti da marxisti, utilizzavano il marxismo per sottomettere gli interessi del movimento operaio a quelli della borghesia. Molto importante è anche la lotta di Lenin contro il “marxismo legale”.
Dopo i populisti, Lenin incrocia i guantoni contro gli “economisti”, che si attribuivano il titolo di giovani contrapponendosi ai “vecchi” come Lenin. Essi sostenevano che gli operai dovessero occuparsi solo della lotta economica contro i padroni, ritenendo che la lotta politica era di competenza della borghesia liberale che aveva il compito di assumerne la direzione. Gli “economisti” facevano parte delle organizzazioni marxiste russe e sostenevano le stesse tesi degli avversari del marxismo nei partiti socialdemocratici all'estero, cioè dei seguaci dell'opportunista e revisionista Bernstein.
Per la fondazione e la costruzione del Partito del proletariato russo, fondamentale è stata la battaglia di Lenin contro gli “economisti” e quella contro i menscevichi, ossia minoranza, a partire dal II Congresso del Partito operaio socialdemocratico della Russia tenutosi nel 1903. I menscevichi erano contrari alla dittatura del proletariato, alla concezione di Lenin e dei bolscevichi, ossia maggioranza, del Partito, riguardante la composizione, l'organizzazione, il centralismo democratico la disciplina ferrea del Partito. Trotzki stava con i menscevichi.
La battaglia contro i menscevichi si svilupperà al III congresso del Partito tenutosi nel 1905 sulla tattica da seguire nel corso della rivoluzione democratica borghese e sul ruolo del proletariato in essa, dirigerla o stare alla coda della borghesia?
Al IV Congresso tenutosi nel 1906 i menscevichi conquistano la maggioranza del Partito. Al Congresso successivo Lenin riconquista la maggioranza. Trotzki da posizione semimenscevica cercò di fare il mediatore ma non ebbe successo.
Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905, i “compagni di strada” della rivoluzione, così Lenin li definiva, soprattutto gli intellettuali abbandonarono il Partito e i ranghi della rivoluzione e passarono in quelli del governo dello Zar. Nuove critiche vengono indirizzate verso il marxismo. Anche importanti intellettuali e dirigenti del Partito cadono nello sconforto e nello scetticismo e passano ad attaccare i fondamenti filosofici e teorici del marxismo, cioè il materialismo dialettico e il materialismo storico. E lo fanno dicendo che volevano “migliorare” il marxismo.
Spetta a Lenin smascherarli con la sua celebre opera “Materialismo e empiriocriticismo”, pubblicata nel 1909, con il quale stabilisce la verità sul materialismo dialettico e storico elaborato per la prima volta nella storia nella filosofia di Marx ed Engels.
I menscevichi, presi dal panico si ritirarono dalla lotta rivoluzionaria, rinnegano le parole d'ordine rivoluzionarie del Partito e addirittura volevano sopprimere il Partito allora illegale. Lenin per questo li chiamò liquidatori e si adoperò per smascherare le loro tesi capitolazioniste per rianimare il Partito e per rilanciare la strategia rivoluzionaria, sia pure adottando la tattica nella nuova situazione di riflusso.
Trotzki sosteneva i manscevichi-liquidatori, e per questo Lenin gli appioppò il titolo “il piccolo Giuda-Trotzki”. Nel 1912 costui organizzò il “blocco di agosto” costituito da tutti i gruppi e da tutte le tendenze antibolsceviche contro Lenin e il Partito bolscevico. Trotzki si presentava sotto la maschera di conciliatore tra bolscevichi e menscevichi mentre in realtà appoggiava in tutto per tutto questi ultimi. In quella circostanza Kamenev, Zinoviev e Rykov erano di fatto agenti camuffati di Trotzki, che tramavano spesso contro Lenin.
Con l'appoggio di Stalin Lenin riuscì a smascherare e sconfiggere il “blocco di agosto” costituendo fronte unito di tutti coloro che volevano conservare e consolidare il Partito illegale del proletariato. E su questa base riuscì a conciliare il lavoro illegale con quello legale del Partito.
Lenin capì che non era più possibile unire le forze della classe operaia e prepararle in vista della nuova ascesa rivoluzionaria avendo i menscevichi in seno al Partito. Bisognava costruire senza di loro un nuovo partito, un partito di “tipo nuovo”, in niente somigliante ai soliti partiti socialdemocratici dell'Occidente, libero dagli elementi opportunisti e revisionisti, in grado di condurre il proletariato alla lotta per la conquista del potere politico. Questo compito fu assolto dalla VI Conferenza panrussa del Partito tenutasi nel 1912.
Un'altra importante battaglia antirevisionista e antiopportunismo ingaggiata da Lenin è quella contro i seguaci russi della II Internazionale socialista e contro essa che si erano schierati con le rispettive borghesie nazionali nella prima guerra mondiale imperialista. Anche in questa circostanza Trotzki non si schiera con Lenin ma con i social-sciovinisti, coprendo il suo tradimento e opportunismo con frasi di “sinistra” sulla lotta contro la guerra. Infatti la sua proposta di non votare contro i crediti di guerra, ma di astenersi dal voto, voleva dire in realtà aiutare la guerra imperialista. E incitava gli operai a rinunciare alla lotta di classe durante la guerra per non creare problemi al proprio governo imperialista durante la guerra.
Solo gli autentici internazionalisti appoggiarono le tesi di Lenin di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, di agire per la disfatta militare del proprio governo imperialista e di costituire la III Internazionale, l'Internazionale comunista.
Alla VII Conferenza bolscevica, tenutasi il 24 aprile (7 maggio) del 1917, quando il Partito aveva 80mila membri, Lenin combatte contro Kamenev, Rykov e Zinoviev. I primi due, a rimorchio dei menscevichi, sostenevano che la Russia non era ancora matura per la rivoluzione socialista, che in Russia era possibile solo la repubblica borghese. Zinoviev sosteneva di rimanere nel blocco di Zimmerwald e che non era necessario che si costituisse una nuova Internazionale, l'Internazionale comunista.
In quella Conferenza fu trattata l'importantissima questione nazionale sulla base di una relazione di Stalin. Lenin smascherò le tesi di Piatakov e Bucharin che erano contro il diritto delle nazioni all'autodecisione.
Dopo la disfatta di Kornilov, nel settembre del 1917 i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari fecero un nuovo tentativo per impedire la rivoluzione socialista, creando un preparlamento. Lenin bloccò Kamenev e Zinoviev che volevano che i bolscevichi vi partecipassero per distogliere il Partito dalla preparazione dell'insurrezione.
Questi due opportunisti nella storica riunione del Comitato centrale del Partito del 10 (23) ottobre 1917 parlarono e votarono contro la decisione dell'insurrezione armata. Erano per una repubblica parlamentare borghese e sostenevano che la classe operaia non aveva la forza per realizzare la rivoluzione socialista e che non era ancora matura per la presa del potere. Lenin e i bolscevichi respinsero un emendamento di Trotzki in cui proponeva di non cominciare l'insurrezione prima dell'apertura del II Congresso dei Soviet, il che voleva dire rimandare l'insurrezione, rivelarne in anticipo la data ed avvertire il governo provvisorio.
Kamenev, Zinoviev, Rykov e altri si opposero alla composizione del governo sovietico perché volevano un “governo socialista omogeneo” con la partecipazione dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari.
Tra le battaglie storiche di Lenin contro i revisionisti non possiamo non ricordare quella per la difesa della pace di Brest-Litovsk del febbraio 1918 tra la Russia e la Germania contro la quale si opponevano Trotzki, Bucharin, Radek e Pjatakov. Costoro, che per mascherarsi si autodefinivano “comunisti di sinistra”, sostenendo la continuazione della guerra facevano il gioco degli imperialisti tedeschi che avrebbero liquidato facilmente la Repubblica socialista giacché non aveva ancora un proprio esercito.
All'VIII Congresso del Partito, tenutosi nel marzo 1919, Lenin batté le posizioni di Bucharin, che proponeva di escludere dal programma del Partito i paragrafi sul capitalismo, sulla piccola produzione mercantile, sull'economia dei contadini medi. Batté anche le posizioni di Bucharin e Pjatakov sulla questione nazionale. Essi non volevano l'inclusione nel programma di un paragrafo sul diritto delle nazioni all'autodecisione. Fu criticato anche Trotzki per la scorretta direzione dell'Esercito Rosso.
Le ultime lotte di Lenin sono contro i gruppi interni al Partito: trotzkisti, “comunisti di sinistra”, “opposizione operaia”, “centralisti democratici” e altri. Un'ampia discussione si svolse sulla funzione dei sindacati. Trotzki parlava di “stringere le viti” e di “scuotere i sindacati” e propose di passare immediatamente alla “statizzazione dei sindacati”. Era contrario al metodo della persuasione nei riguardi delle masse operaie, voleva introdurre i sistemi militari nei sindacati, era contro la democrazia nei sindacati e l'eleggibilità degli operai sindacali.
Al X Congresso del Partito, tenutosi nel marzo 1921, Lenin ottenne lo scioglimento di tutti i gruppi frazionisti esistenti nel Partito e la condanna della deviazione sindacalista e anarchica del Partito. Il Congresso su proposta di Lenin adottò un'importantissima decisione sul passaggio dal comunismo di guerra alla nuova politica economica (Nep). Per i trotzkisti era solo una ritirata poiché miravano a restaurare il capitalismo. In realtà non era così, già un anno dopo all'XI Congresso del Partito, Lenin dichiarò che la ritirata era finita e lanciò la parola d'ordine: “Preparare l'offensiva contro il capitale privato nell'economia”.
A livello internazionale, memorabile e fondamentale è la lotta di Lenin contro Kautsky, che aveva messo in discussione i capisaldi del materialismo quali la dittatura del proletariato, la rivoluzione socialista e la democrazia borghese. Per smantellare le sue tesi revisioniste Lenin ha scritto “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”. Quest'opera imperdibile fornisce armi preziose per combattere le teorizzazioni dei revisionisti di oggi sui suddetti temi.
Lenin nella sua lotta al riformismo e all’opportunismo, più volte si riferì all'Italia, principalmente nella critica al Partito socialista italiano, fondato come partito del proletariato ma che ha avuto sempre una guida riformista e opportunista; caratteristiche che lo portarono a mostrare la sua vera “anima” borghese sin dalle prime grandi lotte del proletariato italiano nella primavera del 1914, culminate nella storica “settimana rossa” che dal 7 al 14 giugno scosse nelle fondamenta il dominio della borghesia, a dimostrazione della volontà di lotta e dello spirito rivoluzionario del nostro proletariato che venne lasciato solo e poi sostanzialmente sabotato dalla dirigenza del PSI. Ciò avvenne anche quando i dirigenti sindacali e del PSI abbandonarono il grande movimento dell’occupazione delle fabbriche giunto al suo momento culminante nel settembre 1920, a conferma di una linea riformista ben precisa e tracciata.
Ma il tradimento più grande il Partito socialista italiano lo consumò appoggiando la borghesia nella prima guerra mondiale imperialista con la pilatesca parola d’ordine “né aderire né sabotare”. La II Internazionale, che pure aveva svolto un’opera insostituibile e meritoria di orientamento ideologico e politico, dopo la scomparsa di Engels nel 1895  cadde “nell’immensa maggioranza dei suoi rappresentanti… nell’opportunismo” arrivando persino a votare i "crediti di guerra" alle borghesie imperialiste. (11)
Lenin condusse una dura battaglia politica contro tale risma di rinnegati e servi della borghesia per fare chiarezza su come dovevano schierarsi allora gli autentici socialdemocratici (cioè i marxisti-leninisti di oggi): “Chi non condanna la partecipazione a questa guerra perpetua l’oppressione imperialista delle nazioni. Chi incita ad approfittare delle difficoltà in cui si trovano oggi i governi ai fini della lotta per la rivoluzione sociale, difende effettivamente la vera libertà di tutte le nazioni, che è possibile solo nel socialismo”. (12) “I socialisti (non opportunisti) di ogni paese debbono vedere il loro nemico principale nel 'proprio' patrio sciovinismo”. (13) Per Lenin il compito dei socialdemocratici doveva essere quello di adoperarsi per la sconfitta del “proprio governo”, non certo a favore delle borghesie degli altri paesi, ma nell’interesse del proletariato nazionale e internazionale che doveva approfittare della guerra per “assestare colpi alla 'propria' borghesia, al 'proprio' governo”. Una posizione ben sintetizzata nell'affermazione: “Una classe rivoluzionaria non può, durante una guerra reazionaria, non augurarsi la sconfitta del proprio governo”. (14)
Lenin inoltre chiarì che “I riformisti ed i pacifisti borghesi sono gente che, per regola generale, è pagata in una forma o in un’altra, perché consolidi con dei piccoli rappezzamenti il dominio del capitalismo, perché addormenti le masse popolari distogliendone l’attenzione dalla lotta rivoluzionaria”. (15)
In questo contesto che stava per risucchiare l'intero movimento operaio e comunista internazionale nelle mani dei riformisti, Lenin dichiarò in maniera determinata che sarebbe stata necessaria la separazione dei socialisti dai socialsciovinisti. Al riguardo egli disse che “Una scissione è cosa grave e dolorosa. Ma qualche volta è necessaria e in questi casi ogni debolezza, ogni 'sentimentalismo' è un delitto. I capi degli operai non sono angeli, non sono santi, eroi, ma sono uomini come tutti gli altri. Essi commettono errori. Il partito li corregge. Ma se si insiste nell’errore, se per la difesa dell’errore si forma un gruppo che calpesta tutte le decisioni del partito, tutta la disciplina dell’esercito proletario, la scissione è indispensabile. E il partito del proletariato socialista italiano, allontanando da sé i sindacalisti e i riformisti di destra, ha preso la strada giusta”. (16)
Nel 1917 Lenin, osservando un PSI dalle grandi potenzialità ma ancora sotto possibile scacco riformista, metterà in evidenza come in Italia “il Partito socialista italiano, se vuole essere realmente per la III Internazionale, scacci con ignominia dalle sue file i signori Turati e consorti e diventi un partito comunista, non soltanto di nome, ma anche per le sue azioni” (17), definendo i vari Turati, Treves e gli altri rappresentanti della destra del partito italiano “ancora più a destra di Kautski” , poiché “Per loro la 'dittatura' del proletariato è in contraddizione con la ‘democrazia’!!!”. (18) Il revisionismo all'interno del Partito socialista italiano aveva radici profonde, al punto che, come afferma Lenin, lo stesso Plekhanov già nel 1905 sosteneva che Engels era costretto a spiegare a Turati la differenza fra un rivolgimento democratico borghese e una rivoluzione socialista.
Lenin, cita l'esempio di Cavriago per evidenziare che l'eco dell'Ottobre aveva già raggiunto una risonanza capillare a livello mondiale anche fra le masse operaie italiane: “Leggo (sull'Avanti, ndr) una corrispondenza sulla vita del Partito in una piccola località chiamata Cavriago, un angolo sperduto perché non si trova sulla carta, e vedo che gli operai, riunitisi, hanno votato una mozione che esprime al giornale la loro simpatia per la sua intransigenza, e dichiarano di approvare gli spartachiani tedeschi (…) salutano i sovietisti russi ed esprimono l'augurio che il programma dei rivoluzionari russi e tedeschi sia accettato in tutto il mondo e serva a condurre fino in fondo la lotta contro la borghesia e la dominazione militare”. (19)
Lenin vedeva effettivamente la possibilità della rivoluzione socialista italiana prima dell'avvento del fascismo, ed aveva chiaramente indicato la strada giusta da seguire ai socialisti italiani, “Oggi, - rilevava - la necessità più assoluta per la vittoria della rivoluzione in Italia consiste in ciò: l'avanguardia effettiva del proletariato rivoluzionario italiano deve formare un partito completamente comunista, incapace di esitare e di mostrarsi debole nel momento decisivo; un partito che riunisca in se la più grande fede, la più assoluta devozione alla rivoluzione, un'energia, un'audacia e una decisione illimitate ”.
Nel 1921, al Congresso di Livorno del Partito socialista, la mozione dei comunisti per l'espulsione dei riformisti fu respinta dagli unitari e ciò costrinse i delegati comunisti a riunirsi immediatamente a Congresso al teatro San Marco, sempre a Livorno, fondando il Partito comunista d'Italia. Lenin denunciò le premesse ed i risultati del congresso del Partito socialista con queste parole: “… Perciò debbo dire al compagno Lazzari: con dei discorsi come il vostro e come quello che Serrati ha pronunciato qui, non si prepara, ma si disorganizza la rivoluzione. A Livorno avete ottenuto una maggioranza notevole. Avete ottenuto 98.000 voti contro 14.000 ai riformisti e 58.000 ai comunisti. È un grande successo; è una prova palpabile, la quale attesta che il movimento operaio si svilupperà in Italia più rapidamente del nostro in Russia… Certo, in Italia le cose andranno in modo completamente diverso … Non si può ottenere tutto in una volta. Ma questa è già la prova che le masse operaie sono con noi. E questa è la prova del grande errore che voi avete commesso a Livorno. Questo è un fatto. Voi disponevate di 98.000 voti ma avete preferito restare con 14.000 riformisti piuttosto di andare con 58.000 comunisti… E questa è la dimostrazione che la politica di Serrati è stata una disgrazia per l'Italia”. (20)
Il Partito comunista d'Italia nasce sotto la direzione del dottrinario, dogmatico e settario Bordiga, appoggiato all'inizio e per tre anni da Gramsci e Togliatti, che viene attaccato da Lenin perché non concepisce la necessità della conquista della maggioranza della classe operaia, del fronte unito e della partecipazione al parlamento borghese allora inevitabile e utile.
Lenin non vive abbastanza per rendersi conto che anche Gramsci, successore di Bordiga, aveva una tattica e una strategia diverse a quelle della Rivoluzione d'Ottobre. Infatti già nella lettera del febbraio 1924 indirizzata a Togliatti, Gramsci sosteneva che “la determinazione, che in Russia era diretta e lanciava le masse nelle strade all'assalto rivoluzionario nell'Europa centrale ed occidentale si complicava per tutte queste superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo, rende più lenta e più prudente l'attività delle masse e domanda quindi al partito rivoluzionario una strategia e una tattica ben più complesse e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo tra il marzo e il novembre 1917”.
Togliatti poi riprese, sviluppò e applicò quelle teorie con la “via italiana al socialismo”, che rinnegarono la dittatura del proletariato e la rivoluzione socialista accettando la democrazia parlamentare borghese e la Costituzione del '48 come confine all’azione del partito del proletariato, completando l'opera revisionista di Gramsci. Conclamata da Enrico Berlinguer che nel suo discorso dal titolo “L’importanza di Togliatti nella vita del PCI” del 26 marzo 1973, disse che “Togliatti ha continuato e sviluppato l’indirizzo nuovo impresso da Gramsci alla strategia del movimento operaio italiano”.

 

4) La rivoluzione proletaria
È nell'opera fondamentale di Lenin “Stato e Rivoluzione" che si trovano le premesse teoriche e politiche della Rivoluzione d'Ottobre. Egli ci ha insegnato che occorre marciare decisi verso la rivoluzione socialista, esponendo in termini chiari e precisi il concetto secondo il quale il proletariato deve assumere la direzione nella rivoluzione democratica borghese, e per questo guidò il proletariato russo in quella prova generale che fu la rivoluzione borghese del 1905, alla quale seguì quella socialista del 1917. Come afferma Stalin “Il più grande merito di Lenin verso la rivoluzione russa è di aver messo a nudo, sino alle radici, l’inconsistenza dei paralleli storici dei menscevichi e tutto il pericolo dello ‘schema della rivoluzione’ menscevico che abbandonava la classe operaia alla mercè della borghesia” .(21)
La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre è una delle più grandi imprese della storia del movimento operaio internazionale e dell'intera umanità. Con una memorabile insurrezione fu spazzata via dal potere la borghesia che seguì allo zar, dando il potere e tutti i mezzi di produzione passarono nelle mani del proletariato che divenne così classe dominante, proprio come avevano indicato Marx ed Engels ne "Il Manifesto del Partito comunista'' del 1848.
Il grande stratega dell'Ottobre fu Lenin che lo ha preparato in tutti i suoi aspetti, sia sul piano teorico che politico, sia sul piano organizzativo e militare, e lo ha guidato in prima persona, imprimendo a caratteri d'oro il suo nome sull’Ottobre russo e che nessuno potrà mai cancellare, nonostante i vigliacchi tentativi dei media borghesi con in testa Ezio Mauro e “il manifesto ” trotzkista che soprattutto nell'anno del Centenario dell'Ottobre hanno tentato persino di minimizzare il ruolo di Lenin per far emergere l’opportunista e traditore Trotzki.
Alle dieci del mattino del 25 Ottobre del 1917 Lenin, che il giorno seguente fu nominato Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo, si rivolge ai "Cittadini di Russia" con queste parole: "Il governo provvisorio è stato abbattuto. Il potere statale è passato nelle mani dell'organo del Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado… La causa per la quale il popolo ha lottato, l'immediata proposta di una pace democratica, l'abolizione della grande proprietà fondiaria, il controllo operaio della produzione, la creazione di un governo sovietico, questa causa è assicurata.
Viva la rivoluzione degli operai, dei soldati e dei contadini!".
La Rivoluzione d'Ottobre ha confermato la giustezza della teoria di Marx, di Engels e di Lenin secondo cui il proletariato per liberarsi dalla schiavitù salariale non può servirsi delle vecchie istituzioni capitalistiche sfruttatrici ma deve demolire e distruggere l’apparato statale capitalistico che storicamente ha contribuito a determinare il sistema sociale basato sullo sfruttamento. Essa a livello economico, ideologico e politico, ha emancipato il proletariato, i contadini poveri e medio poveri e le masse lavoratrici e popolari, edificando lo Stato socialista basato sulla dittatura del proletariato che ha portato la democrazia a un livello molto più alto rispetto alla falsa democrazia borghese.
In ultima analisi la Rivoluzione d'Ottobre ha dimostrato che era possibile ciò che fino a quel momento era ritenuto impossibile: il proletariato poteva - e quindi tutt'ora può - rovesciare dal potere la borghesia sfruttatrice, instaurare il proprio potere e edificare uno Stato a sua misura. Da allora questa esperienza vittoriosa è il faro per tutti gli sfruttati e gli oppressi del mondo intero. Essa ha incoraggiato e ispirato per tutto il Novecento le lotte e le vittorie del proletariato e dei popoli in lotta contro il capitalismo, l'imperialismo, il colonialismo, il nazismo, il fascismo e il razzismo.
La Rivoluzione d'Ottobre ha un significato internazionale, come ha affermato Lenin con queste parole: “Alcune caratteristiche fondamentali della nostra rivoluzione non hanno un significato locale, specificamente nazionale, esclusivamente russo, ma un significato internazionale. E non parlo qui di significato internazionale nel senso lato del termine: non alcuni, ma tutti i tratti fondamentali e molti tratti secondari della nostra rivoluzione hanno un significato internazionale, nel senso che questa rivoluzione esercita un’influenza su tutti i paesi. Mi riferisco al senso più stretto del termine: se per importanza internazionale si intende la portata internazionale o l’inevitabilità storica che si ripeta su scala internazionale ciò che è avvenuto da noi, bisogna riconoscere un tale significato ad alcune caratteristiche fondamentali della nostra rivoluzione”. (22)
In seguito le vicende gli daranno ragione e sarà Mao ad evidenziare: “La Rivoluzione d’Ottobre aiutò i progressisti cinesi e quelli di tutti i paesi ad adottare la concezione proletaria del mondo come strumento per studiare il destino della propria nazione e per esaminare daccapo tutti i loro problemi. Seguire la strada dei russi, questa fu la loro conclusione”. (23) Ed ancora: “La Rivoluzione d'Ottobre ha aperto ai popoli del mondo ampie possibilità e vie efficaci per la loro liberazione; ha creato contro l'imperialismo mondiale un nuovo fronte della rivoluzione che dai proletari dell'Occidente, attraverso la rivoluzione russa, si estende fino ai popoli oppressi dell'Oriente. Questo fronte della rivoluzione è stato creato e si è sviluppato sotto la saggia guida di Lenin e, dopo la morte di Lenin, sotto quella di Stalin”.
È quello che non hanno capito i teorici e attuatori in America Latina del cosiddetto “Socialismo del XXI secolo”, che è fallito rovinosamente perché non ha soppresso fin da subito il sistema economico capitalista e abbattuto lo Stato borghese.
 
5) La dittatura del proletariato
“La grandezza di Lenin sta innanzitutto nel fatto che egli, creando la Repubblica dei Soviet, ha mostrato con ciò praticamente alle masse operaie oppresse del mondo intero che la speranza della liberazione non è perduta, che il dominio dei capitalisti e dei proprietari fondiari non durerà più a lungo, che il regno del lavoro può essere creato con le forze degli stessi lavoratori , che il regno del lavoro si deve creare sulla terra e non in cielo. In questo modo egli ha acceso nel cuore degli operai e dei contadini di tutto il mondo la speranza nella Liberazione. Così si spiega perché il nome di Lenin è divenuto il nome più amato dalle masse lavoratrici sfruttate”.
Lenin, sviluppando il concetto della dittatura del proletariato di Marx ed Engels, e avvalendosi dell'esperienza della Comune di Parigi, ha individuato nel potere dei Soviet lo strumento di governo del proletariato; inoltre ha definito tale dittatura come una forma particolare dell'alleanza di classe del proletariato dirigente con le masse sfruttate non proletarie come i contadini, sottolineando con forza che essa in una società ancora divisa in classi, è il tipo più alto di democrazia che esprime gli interessi della maggioranza sfruttata, in contrapposizione alla democrazia borghese che esprime invece quelli della minoranza degli sfruttatori. “La dittatura del proletariato - afferma Lenin - è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica. Militare ed economica, pedagogica ed amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e di decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda la fiducia di tutto quanto vi è di onesto nella sua classe, senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo, è impossibile condurre con successo una lotta simile”.
Dopo la presa del potere da parte del proletariato i primi provvedimenti furono l’abolizione delle vecchie caste e del regime di oppressione nazionale, il decreto sulla pace per mettere rapidamente fine alla guerra, il decreto sulla terra che ne abolisce la proprietà privata, la confisca delle terre demaniali, delle tenute, delle fattorie, degli allevamenti del bestiame della famiglia imperiale, della corona, dei monasteri e della Chiesa, dei proprietari fondiari (esclusi i piccoli contadini) per trasferire tutto ciò allo Stato e alle comunità contadine. Ed ancora, la separazione della Chiesa dallo Stato e della scuola dalla Chiesa, la nazionalizzazione delle banche, delle ferrovie, del commercio estero, della flotta mercantile, delle risorse del sottosuolo, di acqua e foreste, l'annullamento dei debiti contratti all'estero dallo zar e dal governo provvisorio, l'istituzione della giornata lavorativa di otto ore, la parità dei diritti tra le donne e gli uomini e il diritto al divorzio, l'eguaglianza delle diverse nazionalità nella Repubblica russa. Così nasceva il nuovo mondo socialista, stroncato dal golpe della cricca revisionista di Krusciov attuato al XX Congresso del PCUS svoltosi nel 1956. Da questa amara esperienza, che si stava ripetendo in Cina, Mao elabora la teoria di valore universale della continuazione della rivoluzione sotto la dittatura del proletariato attraverso la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria per impedire la restaurazione del capitalismo nei paesi socialisti.
 
6) La lotta contro l'imperialismo
Lenin è stato il primo marxista che ha teorizzato l'imperialismo e che ha indicato come combatterlo e annientarlo. L'ha fatto attraverso la sua celebre opera “L'imperialismo fase suprema del capitalismo”, ancora attuale, nonostante le ciance dei revisionisti di ieri e di oggi.
Marx ed Engels avevano studiato il capitalismo premonopolistico che terminerà a cavallo tra il XIX e il XX secolo quando la grande evoluzione del capitalismo venne sostituita da uno sviluppo “a salti”, ineguale e catastrofico, dove le condizioni di sviluppo e le contraddizioni si manifestavano con forza particolare nel momento in cui la lotta dei mercati di vendita e di esportazione del capitale rese inevitabili le guerre imperialiste per le spartizioni del mondo e delle sfere di influenza.
Lenin prendendo a base le tesi fondamentali de “Il Capitale” di Marx, fece piena luce su queste novità economiche e politiche che caratterizzarono l'imperialismo. La sua opera citata, che tutti gli antimperialisti dovrebbero studiare, è essenziale per capire l'imperialismo e l'epoca che stiamo attraversando e per avere le armi ideologiche e politiche per combatterlo. Comprendendo in primo luogo, come indica Lenin, che “la lotta contro l'imperialismo se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l'opportunismo è una frase vuota e falsa”.
In quest'opera Lenin sviluppa il pensiero di Marx ed Engels sulle rivoluzioni nazionali e coloniali, legandole alla questione dell'abbattimento dell'imperialismo e proclamando che la questione nazionale e coloniale è parte integrante della questione generale della rivoluzione proletaria internazionale. “Il leninismo - dice Stalin - ha allargato la nostra comprensione della autodecisione, intesa come diritto dei popoli oppressi delle nazioni dipendenti e delle colonie ad una completa autonomia e quale diritto delle nazioni ad una esistenza indipendente”.
Lenin non si limitò a far chiarezza sull'imperialismo ma fornì anche lo strumento organizzativo internazionale per combatterlo, costituendo, appena un anno dopo la Rivoluzione d'Ottobre, la III Internazionale, che dette un impulso fondamentale alla lotta contro l'imperialismo in tutto il mondo. Come sottolinea Stalin “Lenin non considerò mai la Repubblica dei Soviet come fine a se stessa. Egli la considerò sempre come un anello necessario per lo sviluppo del movimento rivoluzionario nei Paesi dell'occidente e dell'oriente, come un anello necessario per agevolare la vittoria dei lavoratori del mondo intiero sul capitale. Lenin sapeva che solo questa concezione è giusta, non solo dal punto di vista internazionale, ma anche dal punto di vista della salvaguardia della stessa Repubblica dei Soviet. Lenin sapeva che solo in questo modo è possibile infiammare i cuori dei lavoratori di tutto il mondo per le lotte decisive di liberazione. Ecco perché Lenin, il capo più geniale fra i capi geniali del proletariato, il giorno dopo l'instaurazione della dittatura del proletariato, gettò le fondamenta dell'internazionale degli operai. Ecco perché non si stancava mai di estendere, di rafforzare l'Unione dei lavoratori di tutto il mondo, l'Internazionale Comunista”.
 
APPLICHIAMO GLI INSEGNAMENTI DI LENIN
 
Questi sei insegnamenti principali di Lenin, difesi e sviluppati da Stalin e Mao, sono il pane quotidiano dei marxisti-leninisti italiani. Consapevoli che senza il loro nutrimento si deperisce ideologicamente e politicamente e si finisce col cadere nel revisionismo di destra o di “sinistra”. Come dimostra l'esperienza storica del movimento comunista italiano e internazionale.
In tal modo nutrito è nato e cresciuto il PMLI che, com'è scritto a chiare lettere nel suo Statuto all'articolo 1, "è l'avanguardia cosciente e organizzata del proletariato italiano, il Partito politico della classe operaia, che dirige le lotte immediate e parziali e quelle generali e a lungo termine dell'intera classe e delle larghe masse popolari italiane e guida la rivoluzione socialista alla completa vittoria" .
Al momento è solo una definizione, un'aspirazione, un programma, un obiettivo da raggiungere per il quale occorrono molti combattenti d'avanguardia, soprattutto ragazze e ragazzi e intellettuali, impegnati ogni giorno, ogni momento della loro vita, senza badare a sacrifici personali, per il successo della causa rivoluzionaria, delle soldatesse e dei soldati rossi, disciplinati, organizzati, uniti e solidali tra di loro, centralizzati, che ce la mettono tutta per dare al proletariato una coscienza di classe e per spronarlo ad assumere il ruolo dirigente nella lotta di classe e a battersi contro il capitalismo e per la conquista del socialismo e del potere politico. Un compito titanico che possono compiere solo coloro che sono disposti ad assolvere i doveri che sono fissati dall'articolo 13 dello Statuto, tra i quali quello di studiare e praticare il marxismo-leninismo-pensiero di Mao, diffonderlo tra il proletariato e le larghe masse popolari, difendere la linea politica e la struttura organizzativa del Partito, attenersi al centralismo democratico e osservare una ferma disciplina proletaria, pensare, agire e vivere da rivoluzionario, trasformare la propria concezione del mondo, elevare la propria coscienza politica, essere risoluto e coraggioso nella lotta di classe, non temere alcun sacrificio, anteporre gli interessi della rivoluzione a quelli personali, non esitare a dare anche la vita per la causa del proletariato.
Il PMLI, anche sulla base della propria esperienza e della storia del proletariato italiano, è perfettamente consapevole, avendolo imparato da Lenin e dagli altri Maestri, che non è sufficiente avere un partito con un marcato carattere di classe e rivoluzionario e dei militanti completamente votati alla causa, ma che è anche necessario che esso e i suoi membri posseggano una teoria rivoluzionaria che illumini il loro cammino.
Per questo abbiamo lanciato tramite “Il Bolscevico ” una campagna sullo studio del materialismo dialettico e del materialismo storico, convinti che se non ci ripuliremo la mente da ogni influenza della concezione del mondo borghese e non acquisiremo stabilmente la concezione del mondo proletaria, non è possibile pensare, vedere e valutare le cose, le contraddizioni e gli avvenimenti e agire in maniera scientifica, di classe e rivoluzionaria, e quindi fare correttamente e con successo il lavoro ideologico, politico, organizzativo, di massa, di fronte unito e giornalistico. Questo nostro convincimento dobbiamo sforzarci di trasmetterlo ai simpatizzanti del PMLI, e a tutti i fautori del socialismo comunque organizzati, ai combattenti di avanguardia del proletariato e delle masse lavoratrici, disoccupate, pensionate, femminili e giovanili. Dobbiamo cercare di convincerli a leggere “Il Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels, “Stato e Rivoluzione” di Lenin, “Principi del leninismo” e “Questioni del leninismo” di Stalin, “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo” di Mao e l'opuscolo numero 9 di Scuderi. Noi tutti, dirigenti e semplici militanti del PMLI, dovremmo rileggerli per rinfrescarci la memoria e migliorare il nostro lavoro e quello della nostra istanza. Potremmo approfittare del coprifuoco imposto dall'emergenza Coronavirus per farlo.
Il PMLI è nato e cresciuto combattendo strenuamente contro il revisionismo gramsciano, togliattiano e berlingueriano e quello dei partiti che sono nati dal PCI, e senza paura. Un moscerino contro l'elefante rappresentato dal PCI, il più forte partito comunista revisionista dell'Occidente. Poteva fracassarsi le ossa, invece ha rafforzato il carattere antirevisionista del PMLI, ma bisogna stare attenti perché è sempre possibile che nel tempo e col mutamento delle generazioni il Partito perda questo carattere. Dobbiamo quindi continuare a vigilare, a tutti i livelli compresi i nuovi militanti, e bloccare sul nascere ogni tentativo di infiltrazione del revisionismo nel Partito.
Applicando gli insegnamenti di Lenin sul lavoro di massa, sulle alleanze, sul fronte unito, stiamo facendo delle importanti esperienze nella CGIL, nell'ANPI e soprattutto nel Coordinamento delle sinistre d'opposizione costituito a livello nazionale da PMLI, PCI, PCL, Sinistra Antagonista, Comunisti unitari, La città futura e altre forze. In esso ci muoviamo con grande spirito unitario ma non perdiamo certo le occasioni per spingerlo in avanti, per elevarne il livello di combattività anticapitalista, antifascista e antigovernativa.
Abbiamo imparato anche che i falsi comunisti e gli imbroglioni politici possono nascondersi persino dietro Lenin. Lo facevano Trotzki, Gramsci e Togliatti come lo fa oggi Marco Rizzo che ha rifondato il PC sul pensiero di Gramsci e Secchia, ma nello stesso tempo tira in ballo Lenin e Stalin per ingannare i sinceri comunisti.
Non dobbiamo mai scordarci dell'indicazione di Lenin secondo la quale “I socialisti - oggi i marxisti-leninisti - devono mettere alla base del loro lavoro la lotta contro il riformismo, che ha sempre corrotto, con idee borghesi, il movimento operaio” , andando a “una rottura seria, definitiva, netta e decisa con il riformismo” applicare tali insegnamenti all'interno del PMLI significa impedire che i falsi comunisti si infiltrino nel Partito e ne cambino il colore politico abbandonando la Via dell'Ottobre, per abbracciare coscientemente e no nei fatti la borghesia. Per questo ogni membro del PMLI deve praticare la critica e l'autocritica, non concedere alcun spazio al revisionismo, al riformismo, al parlamentarismo, al costituzionalismo, al legalitarismo, al governismo, all'individualismo, al personalismo, al protagonismo personale e a chi viola il centralismo democratico. Questo, che è il principio organizzativo del PMLI, come recita l'articolo 23 dello Statuto, prescrive che “tutte le direttive del Comitato centrale sono impegnative e vincolanti per tutti i membri e tutte le istanze del Partito, che devono osservare le seguenti regole di disciplina: 1) l'individuo è subordinato all'istanza; 2) la minoranza è subordinata alla maggioranza; 3) l'istanza inferiore è subordinata all'istanza superiore; tutto il Partito è subordinato al Comitato centrale”.
In tal modo il centralismo democratico, come dimostra la stessa esperienza della lotta tra le due linee che si è svolta fin qui nel Partito, soprattutto all'interno dell'Ufficio politico, permette di tenere unito il Partito, di non farlo deviare a destra o a “sinistra”, di ostacolare ogni tentativo di frazionismo, di formare correnti, di creare regni indipendenti.
Il Programma generale del PMLI approvato al Congresso di Fondazione del Partito, recepisce in pieno gli insegnamenti di Lenin sulla rivoluzione socialista, sulla dittatura del proletariato e sull'imperialismo. Essi quindi orientano da sempre il lavoro quotidiano del PMLI, legando il particolare al generale.
La rivoluzione socialista in Italia non è dietro l'angolo - e questo è un dato oggettivo - ma non per questo dobbiamo cessare di parlarne, di propagandarla, di proporla al proletariato, alle masse e alle nuove generazioni, di finalizzare ogni nostro lavoro ad essa e di rimuovere ogni ostacolo che la impedisce. Uno di questi ostacoli è il governo trasformista liberale Conte al servizio del regime capitalista neofascista, col quale non è possibile alcuna collaborazione, nemmeno nella emergenza Coronavirus. Quantunque abbiamo problemi comuni per fronteggiare il Coronavirus, non siamo sulla stessa barca. Fondamentalmente perché l'ambizioso e carrierista Conte vede i problemi e la loro risoluzione dal punto di vista dei capitalisti mentre noi li vediamo e vogliamo risolverli da un punto di vista del proletariato, delle lavoratrici e dei lavoratori e delle masse popolari. Il che richiede la chiusura delle fabbriche non essenziali alla vita e alla salute del popolo per quindici giorni remunerando per intero le lavoratrici e i lavoratori. Il che richiede anche il rispetto della democrazia borghese e il funzionamento regolare del parlamento. L'uno e l'altro non sono nostri modelli, ma ridurli al minimo vuol dire la dittatura del governo Conte 2. Mai, e in nessuna circostanza, rinunceremo alla lotta di classe. L'“unità nazionale” come non può funzionare nella guerra imperialista allo stesso modo non può funzionare nella guerra al Coronavirus.
Sappiamo che dobbiamo lavorare senza sosta per restituire al proletariato la propria coscienza di classe e non la collaborazione con la borghesia, affinché esso scelga la lotta di classe e non il riformismo, il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e non il revisionismo, il PMLI e non i partiti falsi comunisti, il socialismo e non il capitalismo. Non è un compito facile perché il PMLI è troppo debole come militanti, e per questo dobbiamo dargli un corpo da Gigante Rosso. Lenin ci ha dato e continua a darci molto, e noi siamo fieri di dirglielo pubblicamente ogni anno davanti al suo monumento a Cavriago. Quest'anno stiamo lavorando per celebrare assieme ad altri partiti con la bandiera rossa e la falce e martello il 150° Anniversario della sua nascita.
Come ha fatto Lenin, anche i marxisti-leninisti italiani porteranno fino in fondo il proprio compito storico rivoluzionario. Poco importa se ci vorranno pochi o cento anni; noi siamo qui per fare la nostra parte e la faremo ad ogni costo, oggi come ieri e come in futuro.
Questo è l'impegno solenne che ci rinnoviamo oggi, a 150 anni dalla nascita del grande Maestro del proletariato internazionale Lenin.
Per i marxisti-leninisti italiani non c'è cosa più bella, più utile, più rivoluzionaria, più appagante che servire con tutto il cuore il popolo e lavorare per il trionfo della nobile causa del socialismo.
Teniamo alta la grande bandiera rossa di Lenin!
Con Lenin per sempre, contro il capitalismo per il socialismo!
 
L'Ufficio politico del PMLI
 
Firenze, 9 Aprile 2020

 


NOTE

 

(1) Stalin, Lettera apparsa sul Giornale Operaio “Rabociaia Gazeta”
(2) Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria
(3) Mao, Sulla dittatura democratica popolare
(4) Lenin, L'imperialismo e la scissione del socialismo
(5) Lenin, Tesi sui compiti fondamentali del II Congresso dell’Internazionale comunista
(6) Lenin, Un passo avanti e due indietro
(7) Lenin, Secondo discorso sullo Statuto del partito
(8) Lenin, Materialismo ed empirocriticismo
(9) Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico in “Questioni del leninismo”
(10) Stalin, Lenin è morto, pubblicato sulla “Pravda” n. 23 del 30 gennaio 1924
(11) Lenin, Stato e rivoluzione
(12) Lenin, La guerra europea e il socialismo internazionale
(13) Lenin, Imperialismo e socialismo in Italia
(14) Lenin, I compiti del proletariato nella guerra imperialista
(15) Lenin, Una svolta nella politica mondiale
(16) Lenin, Il Congresso di Reggio Emilia
(17) Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo
(18) Lenin, Stato e rivoluzione
(19) Lenin, Articolo apparso sulla “Pravda”, n.16 del 24 gennaio 1919
(20) Lenin, Discorso sulla questione italiana, 28 giugno 2021, pubblicato nel Bollettino del terzo Congresso dell'Internazionale Comunista
(21) Stalin, Lenin, organizzatore e capo del PCR, articolo pubblicato sulla “Pravda” n. 86 del 23 aprile 1920
(22) Lenin, L’estremismo
(23) Mao, Sulla dittatura democratica popolare